Il cimitero ebraico di via Orfeo
*in lavorazione*
Penso sia stato l'anno in cui mi trasferii in via Sorbelli e non ricordo se fossi a conoscenza del ritrovamento avvenuto anni prima (2006), comunque incuriosito mi ero riproposto di partecipare alla conferenza che si sarebbe tenuta di li' a qualche giorno al Baraccano.
Poi, come capita, non presenziai ; e mi dispiaque, anche perche' chi partecitò mi ha poi riferito che fu molto interessante.libreria Volumina
La comunità ebraica nella Bologna del medioevo
La presenza di una comunità prima del 1300 secolo non è documentata, solo un paio di episodi dei quali non vi è riscontro in documenti ufficiali ; è probabile che in città sia presente qualche ebreo ma non se ne trova riscontro.
La situazione cambia dopo l'epidemia di peste (intorno al 1350 Bologna contava circa 25000 abitanti) quando un buon numero di banchieri bolognesi lascia l'attività ; questo crea le premesse per l'arrivo di famiglie ebree dedite all'attività del prestito di denaro, anche se il primo ebreo ad essersi stabilito in città pare sia stato Gaio Finzi, iedeus de Roma di professione "strazzarolo", che nel 1353 e' censito nel quartiere di Porta Procola (la porta della prima cerchia di mura posta lungo l'odierna via D'Azeglio in prossimità della chiesa di San Procolo).
Alla fine del Trecento si puo' stimare la presenza di oltre venti gruppi familiari sparsi nella città per un totale di 180-200 persone, numero che ne faceva una comunità già molto consistente e destinata a crescere rapidamente nei decenni successivi quando risultano risiedere in città molte famiglie ebraiche di nuova immigrazione
"Gli ebrei che vivono a Bologna alla fine del Trecento hanno nuclei familiari molto più allargati dei cristiani (e questo forse per i motivi di maggior sicurezza e reciproco aiuto che sempre caratterizzano le comunità minoritarie ed emarginate), ma tendono a procreare meno figli (e forse anche questo deriva dall'insicurezza di vivere in terre in cui essi non godono della piena cittadinanza o forse anche, nel caso dei banchieri, per non dover suddividere in troppe quote ereditarie un capitale che rappresentava la maggiore, se non l'unica, fonte di reddito e quindi una salvaguardia di sopravvivenza)."
L'attività principale degli ebrei bolognesi sembra essere stata il prestito, documentato in modo costante a partire dal 1388 e sporadico già dal 1364; dal libro delle entrate del Comune del 1388, risulta che su 17 prestatori 11 fossero ebrei e che 9 banchi ebraici fossero situati in città e 2 nel contado.
Più tardi e, in misura secondaria, troviamo attestazioni riguardanti il commercio dei panni usati, dei metalli preziosi, dei gioielli e dei libri giuridici e qualsiasi altra merce.
Nel primo trentennio del secolo XV sino alla metà di esso troviamo svariate concessioni per commerciare in strazzaria, seta ed altre merci affini.
Nel 1544 venne decretato che non più di dieci gestori di banco avrebbero potuto essere attivi.
Dopo la cacciata del 1593 rimasero una quarantina circa i frequentatori della città, pur non potendo risiedervi; fra questi almeno quattro banchieri ed i relativi collaboratori.
La collocazione dell'orto degli Ebrei
Al completamento della seconda cerchia di mura, avvenuto intorno al 1171, la città era già estesa oltre le stesse, con l'inurbamento che seguiva le principali direttrici stradali ; in quel momento la terza cerchia era in realtà costituita da fossati, terrapieni e palizzate in legno. Via Orfeo, allora Burgus de Arufatis (poi Borgo Orfeo) terminava all'incrocio con via degli Angeli (allora via Truffailmondo) e via del Pozzo Rosso (poi via de' Coltelli) ; la parte di strada che proseguiva verso la chiesa intorno al 1332 aveva il nome di Borgo di Santo Stefano, poi Borgo Arruffato, e non giungeva ancora al piazzale della chiesa del Baraccano.
"Orto già antico cimitero degli Ebrei.
Arrivando al canto della Via detta Borgo Locco, vedevasi in codesta località un orto, anteriormente Cimitero degli Ebrei, scacciati i quali da Bologna, in numero di circa 800, il 26 maggio 1569 per ordine del papa S. Pio V, il loro Cimitero fu concesso alle Monache di S. Pietro Martire, le quali ne fecero un orto, procurandovi accesso dal loro Convento mediante corridoio che sotterraneo traversava la Via. ..."
Il cimitero nella religione ebraica
In ebraico, un cimitero è chiamato "Bet kevarot" (casa o luogo delle tombe) ma più comunemente "Bet hayyim" (casa o giardino della vita) o "Bet olam" (casa dell'eternità).
Secondo la tradizione ebraica, un cimitero è un luogo santo più sacro anche di una sinagoga, che deve rimanere indisturbato in perpetuo. La creazione di un cimitero è una delle prime priorità per una nuova comunità ebraica, viene generalmente acquistato e sostenuto con fondi comuni; alla sua inaugurazione si svolge una speciale cerimonia di consacrazione.
Per gli ebrei, la cura dei cimiteri è una responsabilità religiosa e sociale essenziale; il detto talmudico “Le lapidi ebraiche sono più belle dei palazzi reali” riflette la cura che dovrebbe essere data alle tombe e ai cimiteri ebraici.
In circostanze normali, l'intera comunità ebraica condivide volentieri la protezione, la riparazione e la manutenzione dei cimiteri.
D'altra parte, un cimitero è anche un luogo di impurità: "Il cimitero deve essere costruito fuori delle mura della città, o almeno 25 metri lontano dal centro abitato."
L'antica legge ebraica richiede che un cimitero si trovi ad almeno 50 ells (una distanza di almeno 25 metri) dalla casa più vicina: bisogna fare attenzione ad avvisare i visitatori e i passanti della sua presenza (attraverso segnali, recinzioni o altri segnali).
Allo stesso modo, i visitatori dovrebbero lavarsi le mani dopo aver lasciato un cimitero e molti cimiteri ebraici hanno strutture a tale scopo alle porte.
Commenti
Posta un commento